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Il corpo ferito – La recensione

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A raccontarsi è una donna che decide di riversare in pagine d’inchiostro i ricordi del proprio passato. Lo sforzo lucido e consapevole della memoria la riconduce idealmente agli anni dell’infanzia già brutalmente segnati da un rapporto pericolosamente conflittuale con il proprio corpo finché, all’età di 12 anni, quasi rischia la vita per un probabile arresto cardiaco quando la bilancia consegna il magro responso di 24 kg appena. Tuttavia la narratrice non indulge troppo a lungo nel ricordo di sensazioni forse irrecuperabili, compie un salto temporale (il primo di una lunga serie) e racconta l’anno cruciale, l’ultimo del liceo, che segna l’incontro con il temibile rovescio dell’anoressia: una fame bulimica mai appagata e il gioco innaturale di ingenti quantità di cibo ingerite e vomitate nel ritmo perverso di una disperazione innaturale.
L’esperienza universitaria e lo studio di una disciplina affascinante come la Filosofia non la sottraggono alla sua malinconia e, dopo essersi concessa goliardiche parentesi di divertimento innaffiato d’alcol, torna ad arroccarsi nel silenzioso altare della propria anima mortificata fino a un tentato suicidio nella casa napoletana in cui alloggia con altre studentesse.
Lo scompiglio che un simile gesto provoca nella famiglia della narratrice è indescrivibile eppure nessuno trova il coraggio di sviscerare le recondite motivazioni che possono aver segnato una tale deriva esistenziale. Trascorre altro tempo; le domande e il dolore sono costretti in sordina finché lei stessa, in un impeto di insperata maturità, decide di farsi ricoverare in una Casa psichiatrica. I mesi trascorsi tra le bianche mura di un ospedale accogliente la inducono a uscire fuori dal proprio egoismo autistico, per trovare finalmente il coraggio di confrontarsi con il dolore degli altri. Questi altri sono le ragazze della Casa psichiatrica le cui differenti patologie vengono etichettate in vario modo, ma la narratrice si sforza di scovare l’anima che si nasconde dietro ogni gelida diagnosi e la comprensione autentica delle lacrime altrui è balsamo gradevole per il proprio dolore.
Un nuovo salto temporale e intanto l’esperienza dell’internamento si è fatto solo un ricordo. L’incontro con l’uomo che la narratrice sposerà, la laurea, una gravidanza non voluta e tuttavia subita, un matrimonio estremamente precario nelle circostanze che l’hanno determinato, un impiego sterile e ripetitivo, la consapevolezza stridente di un pericoloso smacco da cui occorre fuggire per non soccombere definitivamente.
Quella della narratrice è una strenua lotta ingaggiata contro emozioni contrastanti, contro il terrore sempre presente di poter tornare a sfiorare la morte. Ma intanto è la morte di qualcun altro che interrompe bruscamente la ripetizione di sensazioni sterili: il padre, con cui la narratrice ha sempre intrattenuto una relazione privilegiata muore. Lei subisce una vera amputazione. Il dolore è inenarrabile, l’ultimo suo brandello di senso è scampato all’esistenza lasciandola definitivamente sola.
Altri anni trascorrono e intanto la narratrice non si è vista soccombere come avrebbe creduto. Mentre racconta, si inabissa con puntuale precisione nella descrizione del turbamento di quegli anni e un’inattesa catarsi riesce a farsi spazio in questo cruento lavoro d’introspezione.
Tanto inchiostro è forse servito alla narratrice per cercare improbabili aderenze all’esterno, per sfuggire alla psicosi di un dolore autoreferenziale. Scrivere non è forse un po’ come esorcizzare la morte, rendere materico l’inconscio, l’invisibile?
E intanto non è un caso che chi si racconta non informi mai il lettore del proprio nome; la narratrice sa che la propria storia è interscambiabile con la storia di tante altre donne accomunate da un uguale destino.


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