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Intervista a Alessandro Zampieri

Copertina Frammenti quotidiani - Valletta Edizioni

Alessandro Zampieri - Frammenti quotidiani - Valletta Edizioni Ciao Alessandro, parlaci un po’ di te. Cosa fai nella vita?

La mia occupazione primaria è il cercare di ammazzare il tempo nel migliore dei modi prima che lui ammazzi me nel peggiore. Al momento l’ipotesi enfisema è la più quotata, ma… la dea bendata è alquanto fantasiosa, chi può dirlo. Invece, per la parte in cui il famigerato “coltello dalla parte del manico” ce l’ho io, cerco di accumulare comprensioni. Uso il termine al plurale perché i casi in cui capire qualcosa significa assumere un unico punto di vista sono assai rari, e forse i meno interessanti. Ecco, la sovrapposizione di prospettive, la ricerca e il tentativo di creare una vera e propria proliferazione di possibili visioni del mondo (o di singoli aspetti di esso) è un’attività a cui dedico tanto tempo e passione. In questo senso, l’anarchismo metodologico dell’anything goes (Paul Feyerabend, “Contro IL metodo”) è la strada che preferisco: logica, non-sense, ragione, intuizione, spostamenti d’accento, saggistica, narrativa, ecc. tengo buono tutto. Questi stessi mezzi sono quanto utilizzo per cercare di crearmi uno spazio nella cosiddetta “società civile”, tenendo corsi e scrivendo un manuale di logica per studenti delle superiori, avendo insegnato Filosofia e Storia della Scienza in qualche Università milanese, scrivendo saggistica, sbellicandomi di fronte a uno sketch dei Monty Python, infrangendo protocolli sociali per osservare le reazioni (sulla base dell’ipotesi che nessuna azione può avere un significato indipendente dal suo contesto, giusto per chiarire che il mio divertimento non consiste nel rompere le scatole alla gente).

Quali sono le tue letture preferite? Il libro sul tuo comodino in questi giorni?

Non ho specifici “generi del cuore”; ho letto appassionatamente saggistica, fantasy, gialli, classici, poesia, romanzi non ben definibili, autobiografie ecc. In genere, “mi basta” cogliere dell’ardimento nelle scelte linguistiche o strutturali dell’opera per esserne immediatamente interessato, ma non è necessariamente conditio sine qua non. Un libro che ha certamente influenzato il mio modo di guardare alle cose è stato “Vedere e costruire il mondo” del filosofo americano Nelson Goodman, su cui ho anche fatto parte della mia tesi di dottorato. Charles Bukowski ha il merito di avermi avvicinato alla narrativa in giovane età, come Cesare Pavese, Fernando Pessoa e Charles Baudelaire alla poesia. Giordano Bruno ha avuto una forte influenza stilistica con la sua maestria nell’intersecare differenti stili narrativi. Beh, poi Italo Calvino, Bret Easton Ellis, Michel Houellebecq, Stefano Benni, Albert Camus, Chuck Palahniuk, Antonio Rezza ecc. La capacità di sorprendermi è certamente un elemento che li accomuna tutti. Ma c’è ancora una valanga di autori contemporanei, e non, che devo (leggi voglio) ancora conoscere o approfondire, tra cui si possono celare dei futuri preferiti… l’ignoranza è un abisso incolmabile!

Confesso che un libro sul comodino non sono quasi mai riuscito ad averlo. Negli ultimi anni non ho nemmeno più un comodino, ho preso a dormire sul mio divano ché la stanza da letto è in un seminterrato, e ultimamente mi da come l’idea di entrare in una cripta, una mia cripta! Ma non è un’assenza così proibitiva, a casa mia i libri hanno il diritto di stare ovunque (scale e scatole di cartone incluse), e ora che mi ci fai prestare attenzione sembrerebbe che l’unica eccezione sia proprio la libreria! Comunque, in corso di lettura ho “Nel mondo a venire” di Ben Lerner; “La fine del tempo” di Julian Barbour; “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa. Sono letture fortemente eterogenee, quindi di volta in volta decido quella che più si confà al mio stato d’animo momentaneo e leggo.

“Frammenti quotidiani” è il tuo esordio in narrativa. Da dove nasce l’idea del libro?

Nasce dalla quotidianità. O meglio, dal tentativo di “guardare” la quotidianità, beh.. alcuni aspetti di essa, con nuovi occhi. Questo da un lato. Dall’altro volevo fotografare alcuni momenti delle relazioni interindividuali nelle quali di “individuo”, per così dire, ce n’è poco o niente. Frammenti appunto, da cui il titolo della raccolta. Cosa resti a quelle relazioni perché siano ancora pienamente catalogabili come “umane”, è quanto rimane da scoprire. Ardua impresa che lascio volentieri nelle mani dei lettori!

Parlaci del racconto a cui sei più affezionato.

Beh, come si suol dire, ogni scarrafone è bello a mamma soja! Papà, in questo caso. Sono affezionato a tutti. Forse quello che sento più vicino è Frammenti quotidiani, che da il nome alla raccolta. In primo luogo perché a partire da questo ho poi deciso di scrivere i successivi. Cercando ragioni meno personali, nella giornata lì narrata ho voluto introdurre, seppur in sordina, una metafora dell’esistenza: un giorno che sta per una vita. Si prendono decisioni, si fanno riflessioni, ci si interessa a cose che non raggiungeremo mai, altre, raggiunte, non sono quanto ci si aspettava; poi alcune cose si raggiungono, e sono esattamente quello a cui si puntava, ma in fondo non rendono la presa sulla nostra esistenza più salda. Questo, in particolare, è espresso nel bizzarro finale, in cui il protagonista, pur potendosi eccezionalmente opporre al “volere” del caso per autodeterminarsi nell’affrontare la morte, finisce dubitando se quanto aveva in serbo per lui il caso non fosse stato in fondo preferibile. Una sorta di rilettura dell’adagio “Fortuna imperatrix mundi” che eccede la mera casualità degli eventi per muoversi verso una sorta di genitorialità, seppur talvolta sadica e irragionevole.

Quanto c’è di te nelle pagine della tua opera?

Sono io dalla prima all’ultima pagina pur senza ritrovarmi in alcuna riga. Non sono nessun protagonista, e nemmeno mi sono riservato un “cameo” (cosa che forse farò nel prossimo, mi diverte). Potremmo dire che c’è tanta gente, ma nessuno in particolare. Questa è stata una scelta: creare e far interagire personaggi senza fornirne esplicite descrizioni. Fa eccezione l’ultimo racconto (Convergenze chirurgiche), in cui indugio su descrizioni anche somatiche, ma privandole di ogni valore “identificativo” dei personaggi. Se il tutto mi sia riuscito o meno lo possono dire solo i lettori.

Cos’hai provato nel vederla pubblicata? Cosa ti ha dato?

È stato bello far nascere e veder crescere il libro, guardarlo mentre veniva avvolto in una copertina e assistere alla trasformazione dei suoi vagiti in un maturo formato editoriale. In un certo senso, è stato come se diventasse davvero reale, qualunque cosa questo possa significare.

Progetti per il futuro? Hai altri manoscritti nel cassetto?

Al momento sto scrivendo delle appendici storico-filosofiche per un manuale di fisica-matematica, ma il progetto è ancora orfano di editore. Sto lavorando a un’altra raccolta di racconti, che sta andando piuttosto a rilento perché fatico a trovare il tempo che meriterebbe le dedicassi. Per quanto riguarda il resto che ho nel cassetto, non è ancora il momento (e forse mai lo sarà) di presentarlo a un pubblico.

 


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