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Intervista a Damiano Antonio Sofo

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Damiano Sofo - autore - Le more d'autunno - Valletta EdizioniCiao Damiano, parlaci un po’ di te. Cosa fai nella vita?

Ciao Cecilia, sono un dipendente pubblico, nello specifico lavoro nel Ministero della Giustizia, come cancelliere, per cui ho a che fare con processi, giudici e avvocati. Lo dico perché l’udienza, nella quale svolgo la mia attività prevalente, è una delle fonti principali d’ispirazione, non tanto per la trama di un racconto o di un romanzo, quanto piuttosto per la creazione di personaggi. Svolgo la mia attività come cancelliere penale del Giudice di Pace, e in udienza ne vedo di tutti i colori, nel bene e nel male. La mia attitudine a scrivere l’ho sviluppata nel corso degli anni di attività come cancelliere, tanto è vero che il mio primo tentativo è stato quello di scrivere un romanzo che parlasse di ciò che, all’interno della pubblica amministrazione avviene, ed il rapporto con l’utenza e la percezione che l’utenza ha di noi dipendenti pubblici. Un’idea che poi ho tralasciato per dedicarmi alla scrittura di racconti brevi. Nel tempo poi quel tentativo si è tramutato nel romanzo pubblicato nel 2015 “La razza eletta”.

Quali sono le tue letture preferite? Il libro sul tuo comodino in questi giorni?

Nel corso degli anni le mie letture sono cambiate, ho iniziato tardi a leggere, quando avevo circa 18 anni. Ho cominciato con Hesse, Siddartha, e proseguendo con quasi tutti i suoi romanzi, per poi passare ad autori italiani come Benni, De Carlo, per passare ad altri autori come Pennac, Allende, Amado, Marquez, Tabucchi. Devo dire che le mie letture cambiano a seconda del periodo che sto vivendo, in questo periodo sto rileggendo un capolavoro come “La coscienza di Zeno”. Non mi sono fatto mancare letture di classici del passato come “Delitto e Castigo” o i racconti di Maupassant. Ho sempre voluto diversificare le mie letture, per evitare, avendo l’ambizione di scrivere, di assimilare lo stile di chi stavo leggendo. Menzione a parte merita il romanzo che più di ogni altro preferisco: “Il maestro e Margherita”.

“Le more d’autunno” è il tuo secondo romanzo. Da dove nasce l’idea del libro e che emozioni ti ha dato rispetto al primo?

In realtà “Le more d’autunno” è il mio primo romanzo, finito di scrivere nel 2009 e sottoposto a continue riletture e riscritture. Non ero particolarmente convinto di questo racconto, avevo la sensazione che non fosse maturo per la pubblicazione. Nel frattempo avevo finito di scrivere “La razza eletta” che ho sottoposto a Claudia. Il suo entusiasmo per quel romanzo mi ha convinto a farle leggere anche “Le more d’autunno”, che comunque, per genere e argomento, era completamente diverso rispetto alla mia prima pubblicazione. L’idea del libro nasce dall’esigenza di ricondurre a normalità una storia d’amore tra due persone dello stesso sesso, al netto delle discussioni sul riconoscimento dei diritti civili. Prendendo spunto dall’amicizia con due donne che stavano insieme, mi sono immaginato la storia di due bambine che si conoscono a scuola, nel periodo della seconda guerra mondiale, e dapprima amiche, nel corso della loro vita si innamorano l’una dell’altra e vivono insieme. Nel loro rapporto affettivo vi sono tutte le dinamiche di quei tipi di rapporti sentimentali che ci ostiniamo a definire normali, come se l’amore fosse un diritto solo di alcuni e per altri una concessione della società civile. Ovviamente il contesto storico nel quale si sviluppa la storia comporta che la stessa sia costellata da quelle problematiche che tutti noi conosciamo, da quelle di natura prettamente economica ad altre che riguardano evidentemente l’accettazione sociale. Ma sono tutte problematiche che ho deciso di lasciare sullo sfondo, facendo prevalere, nel racconto, la storia d’amore tra due anime a prescindere dalla circostanza che abbiano lo stesso sesso. È un romanzo che al di là delle considerazioni che precedono è anche un omaggio alle donne, protagoniste principali della storia.
Le emozioni che ho vissuto scrivendo “Le more d’autunno” hanno a che fare con il mio vissuto, nel mettere nero su bianco ricordi del mio passato di bambino, nel rappresentare il contesto in cui la storia si svolge, poiché, anche se non espressamente riportato, è quello della mia infanzia, dei giochi nel paese dei miei genitori e delle estati passate in campagna dai nonni paterni.

Quanto c’è di te nelle pagine della tua opera?

Io ci sono nel romanzo, perché ci sono i ricordi di mia madre, del periodo della guerra, e poi ci sono anche sotto forma di un alter ego, la scrittrice Anna, che racconta, all’interno del romanzo, le difficoltà di raccontare e descrivere, soprattutto fisicamente, queste due donne innamorate l’una dell’altra. E per rimanere in tema posso dire che la nascita di questo romanzo è stato conseguenza di un parto travagliato. Ma tengo a precisare che proprio per tale circostanza ci sono più affezionato.

Progetti per il futuro? Hai altri manoscritti nel cassetto?

Progetti per il futuro riguardano la raccolta in un’opera monografica, di tutti i miei racconti, editi e inediti, che ho scritto fin qui. Credo e spero che la prossima pubblicazione possa essere questa. Nel frattempo ho iniziato a scrivere il mio terzo romanzo, ma avendo poco tempo per dedicarmici, avrò bisogno ancora di un anno per portarlo a termine. È una storia che parla di accoglienza, ma non intesa necessariamente nel senso che in questo momento storico si da al termine. Devo dire che mi sto divertendo molto a scrivere questo romanzo e spero che, se sarà pubblicato, questo si trasmetta al lettore.

Grazie e un saluto ai lettori.


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