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Intervista a Stefano Di Benedetto

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Stefano Di benedetto - 21 giorni - Valletta EdizioniCiao Stefano, parlaci un po’ di te. Cosa fai nella vita?
Ciao sono Stefano, ho 38 anni, vivo e lavoro ad Avezzano; sono laureato in Giurisprudenza, indirizzo Consulente del Lavoro. Vivo con Laura, la mia compagna, con cui condivido la passione per le passeggiate in montagna e per i viaggi.

Quali sono le tue letture preferite? Il libro sul tuo comodino in questi giorni?
“Il cammino di Santiago” e “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho, uno dei miei Autori preferiti; poi direi “Insieme con i lupi” di Nicholas Evans e “Sotto il cielo di Atlanta” di Anne Rivers Siddons. Sono letture che ho nel cuore, forse perché ognuna di esse si è incastrata perfettamente in un particolare momento della mia vita. Così come “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, che seppur ho letto molte volte è l’opera che in questi giorni ho sul comodino: è un libro che di tanto in tanto ho bisogno di rileggere.

Da dove nasce l’idea del libro e che emozioni ti ha dato?
Quella di scrivere credo fosse un’idea latente dentro di me, un qualcosa che sapevo che prima o poi avrei fatto a prescindere dal risultato. Quando ho finito il mio libro ho avuto come la sensazione di aver saldato un debito con me stesso; scrivere forse è il mio personale modo di dare sfogo alla mia essenza; per come la vedo io siamo il risultato di ciò che sperimentiamo e di come lo processiamo; per cui, maggiori sono le esperienze che uno vive maggiore sarà la complessità e la pienezza della sua esistenza: in questo senso vale l’equazione esperienza uguale motore dell’esistenza; nel mio caso le esperienze da cui ho tratto ispirazione sono stati i viaggi che ho avuto la fortuna di compiere, con tutto quello che racchiudono: conoscere altre culture, nuove persone, aprirsi a nuovi stili di vita, nuove abitudini, altri modi di pensare, mettersi alla prova, scoprire priorità diverse dalle nostre…

Quanto c’è di te nelle pagine della tua opera?
Pur non essendo un libro autobiografico direi che c’è molto di me: non in uno specifico personaggio, piuttosto in qualche lato di ognuno di essi. In Gabriel, ad esempio, ritrovo l’irrequietezza per quell’istinto castrato da una società contemporanea ispirata al principio del fare perché sia fatto, una società in cui all’individuo si preferisce di gran lunga l’automa. Gabriel, come molti di noi, ha una vita del tutto normale: ha un lavoro, delle ambizioni, di tanto in tanto una ragazza, le sue ferite da superare, gli amici; però qualcosa non torna: un sogno ricorrente lo tormenta e quella celata ma persistente apatia continua ad infettare le sue giornate sino al punto di portarlo a chiedersi “se la sua vita sia tutta qui”. Come Gabriel anch’io a volte ho il bisogno di fermarmi, di isolarmi, di pormi qualche domanda, di riappropriarmi della mia indole, di rompere lo schema e riconciliarmi con la mia essenza più profonda e vera.
Anche nel vecchio Ernesto ritrovo qualche lato di me, in fondo in tutti noi c’è un po’ della sua follia; tra l’altro l’Indio è il personaggio con cui mi sono più divertito; e poi credo che ogni individuo, come Ernesto, abbia una personale e intima visione della vita e di Dio; in questo senso siamo tutti un po’ “filosofi di noi stessi”.
In Jona Vazquez e in Marisol, invece, vedo rispettivamente quella saggezza e quella capacità di amare che di sicuro non padroneggio, ma alle quali ambisco.

Progetti per il futuro? Hai altri manoscritti nel cassetto?
Ho iniziato a scrivere un libro perché mi divertiva e mi appagava l’idea di farlo, e confesso che sono sensazioni che ancora provo quando approccio alla scrittura, per cui qualcosa bolle in pentola!


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Interviste

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